Infanzia oggi – come salvarla da smarrimento e infelicità?

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Infanzia oggi – come salvarla da smarrimento e infelicità?

Articolo pubblicato per la rivista Europe Youth Utopia, numero 3 primavera 2018 “L’isola che non c’è: appunti su demografia e infanzia nel terzo millennio”

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Sara ha circa 4 anni. Il cane del vicino abbaia furiosamente mentre lei gli passa accanto ma lei procede  imperturbabile. A scuola i compagni si picchiano selvaggiamente e lei resta a guardare. Suo nonno  ha un infarto, è lì che stramazza al suolo, ma la bambina non chiama aiuto: lo guarda incuriosita. E’ una puntata della serie tv “Black Mirror” (Arkangel), ma non è così distante dalla nostra realtà. Nell’episodio, la madre ha fatto installare un dispositivo nella mente della bambina per proteggerla dal mondo: attraverso un tablet collegato al congegno, lei può regolare e abbassare tutti gli stimoli stressanti o avversivi (qualsiasi rumore o immagine disturbante: urla, sangue). Sara cresce quindi senza imparare a tollerare e gestire le sue emozioni. Anche se successivamente la madre disattiverà il dispositivo, la vicenda è ormai segnata: Sara tenterà di uccidere la madre scaraventandole il tablet sul viso.

Ammettiamolo. I bambini crescono sempre più  “separati”  emotivamente dal mondo reale che li circonda,  in preda a emozioni ingovernabili e incomprensibili, sempre meno empatici, sempre più assorti in un mondo virtuale estraniante – e sono infatti in  costante aumento le diagnosi di disturbo oppositivo provocatorio, disturbo della condotta, Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività e disturbi ansiosi in età evolutiva.

L’uso massiccio del tablet da parte dei bambini – sostiene lo psichiatra Federico Tonioni – impedisce loro di costruire un “rispecchiamento emotivo” coi genitori, sottraendo tempo all’interazione vis-a-vis. L’affettività e la gestione delle emozioni, infatti, si imparano attraverso lo sguardo del genitore: occhi negli occhi, il bambino apprende come riconoscere le emozioni sue e dell’altro, impara a farsi consolare e consolarsi. A sintonizzarsi affettivamente (per dirla con Stern), a conoscere gli stati mentali propri e altrui.

L’uso del tablet condiziona  l’assetto mentale dei bambini anche in altri modi: le app, i giochi, i video, tutto stimola in maniera incredibilmente forte e immediata, con una ricompensa che arriva subito, lampante. E così i bambini non imparano la noia, i tempi vuoti che ti stimolano a ingegnarti, a mettere in moto la fantasia e il pensiero produttivo. E qualsiasi altro gioco non virtuale (Lego, giochi da tavola, pupazzetti) non li  gratificherà mai allo stesso livello dei giochi nel tablet, dove i colori, i suoni, le animazioni sono impareggiabili. E i bambini non apprendono  qualcosa di prezioso: l’attesa, la pazienza, la frustrazione, la delusione.

 

Eppure, anche se appare  facile dare tutta la colpa alla tecnologia (che invece contribuisce al potenziamento intellettivo dei bambini, se usata con misura), dobbiamo ammettere che l’infanzia sta cambiando perché anche noi stiamo cambiando, come adulti e come genitori. Oggi i bambini vengono cresciuti in contesti familiari caratterizzati da una disarmante confusione di regole, limiti, confini, gerarchie. Ha ragione Gustavo Pietropolli Charmet, siamo passati dalla generazione dei figli Edipo, cresciuti a suon di sensi di colpa (per le  trasgressioni ai “divieti” di natura sessuale o aggressiva) alla generazione dei figli Narciso, che devono essere curati e incentivati in ogni modo, e a cui viene trasmessa una ricerca di ammirazione perenne e inesauribile che, quando negata, fa sprofondare nella vergogna più nera. E a Narciso non puoi dire di No: devi assecondarlo, omaggiarlo, accontentarlo.

Oggi i genitori non procurano più frustrazioni ai figli (Paolo Crepet  lo dice da diverso tempo): non li contraddicono, non oppongono divieti. E le prime frustrazioni, inattese e spesso ingovernabili,  arrivano in amore, sottolinea lo psichiatra. E allora, forse, l’incapacità dei giovani adulti di oggi di accettare il rifiuto delle ex partner non è un atteggiamento così inspiegabile  – ma questa è un’altra (drammatica) storia.

Le gratificazioni immediate che i bambini oggi ricevono – che siano dovute alla tecnologia o a stili genitoriali eccessivamente permissivi – inducono una sensazione di piacere che nel nostro cervello corrisponde a un rilascio di dopamina. Tutto ciò che provoca un piacere immediato (come il cibo, il tabacco, le droghe, i social media) – come testimonia l’ultima ricerca  dell’endocrinologo Robert H. Lusting – rischia di creare dipendenza e depressione, ma soprattutto allontana dalla felicità (regno di un altro neurotrasmettitore fondamentale: la serotonina) intesa come appagamento a lungo termine.

Dunque, se i circuiti cerebrali sono occupati dalla dopamina (meccanismo della ricompensa immediata, del piacere a corto raggio), essi saranno sempre meno disponibili per produrre serotonina (è lo stesso Lusting che lo dice). E’ per questo che  rischiamo di consegnare al mondo  bambini e poi individui smarriti,  destinati alla ricerca spasmodica e fallimentare di un piacere  sempre effimero e incerto.

E i genitori,  gli adulti,  come si muovono in questo spazio  ombroso e sfuggente, con gli smartphone sempre in mano mentre si aggirano in questo non-luogo che è ormai  la casa, pieno di silenzi e di risposte senza più domande?

Se da un lato vediamo  bambini e ragazzini con forti difficoltà emotive, tra l’indifferenza agghiacciante (come quella verso i coetanei  vittime di bullismo) e la disregolazione affettiva, dall’altro lato vediamo genitori con difficoltà sempre maggiori a interagire e ospitare nel proprio spazio psichico il figlio (con le sue caratteristiche, i suoi bisogni, la sua alterità), come testimonia il fenomeno crescente delle bambole Reborn. In tutto il mondo, sono sempre di più le madri che “adottano” queste bambole incredibilmente realistiche e quasi inquietanti, trattandole come fossero vere – lavandole, portandole dal dottore e al parco.  C’è un ponte  tra questi due versanti: l’assenza di relazione e l’incapacità di una vera intersoggettività.

 

Cosa fare per i bambini di oggi, che nuotano e a volte annaspano in un oceano di fragilità e confusione?  Accanto alla famiglia può agire la scuola. Secondo la ricerca di Barbara A. Kerr sul sistema scolastico ed educativo islandese, l’impareggiabile creatività degli abitanti della terra dei geyser è dovuta – oltre ad una cornice sociale egualitaria – agli spazi scolastici dedicati al gioco e all’esplorazione, all’immaginazione e al processo creativo. Tale sistema scolastico – in cui gli insegnanti sono piuttosto facilitatori di idee innovative – punta soprattutto sull’apprendimento di abilità artigianali e sul gioco libero. Gli allievi imparano a usare le mani anche al di là della tastiera dell’Iphone: i bambini  a lavorare a maglia, le bambine ad usare gli attrezzi meccanici. Una valorizzazione del sapere manuale che non conosce stereotipi.

Aiutarli dunque  a costruire, spostare, trasformare: giochi e idee, soluzioni e sentimenti. In un contesto di regole sane, di confini affettivi, di poli rassicuranti. Perchè la fantasia può sprigionarsi libera solo in uno spazio da colmare, sgombro da sollecitazioni superflue e accondiscenza genitoriale.  Così Sara, la bambina di Black Mirror, potrà raccontare finalmente a casa, fra le braccia della mamma, la rissa che ha visto a scuola. E  se il nonno cadrà a terra  lei andrà a chiamare  qualcuno. E riuscirà a piangere, poi a sorridere, nel ritmo vero della vita.

 

Marta Di Grado

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